Di me ci sarebbe molto da dire.
Piacere, Antonio Serafini. Sono certo che non te lo ricorderai. Io non memorizzo quasi mai un nome la prima volta che incontro qualcuno, e ho deciso che vale per tutti. Poi, quando mi accorgo che una persona è interessante, cerco un modo creativo per farmelo ridire senza richiederlo. Ci presentiamo all’inizio per buona educazione, ma sarebbe tutto più semplice se lo facessimo alla fine. Come nella pubblicità: un brand prima ti dice qualcosa per cui essere ricordato, e solo alla fine ti dice come si chiama. Sono nato in Italia, un paese famoso nel mondo, a Termoli, ridente borgo sul mare in Molise, terra leggendaria — nel senso che per la maggior parte delle persone è solo una leggenda. Vivo a Milano da vent’anni, e ho calcolato che almeno cinque o sei li ho passati a confermarne l’esistenza a simpatici babbani che fanno sempre la stessa battuta: “Ah, ma quindi esiste?” Forse un giorno aggiungerò come esperienza su LinkedIn tutti gli anni passati a fare pubblicità alla mia terra. E così mi trasferii nella città del Campari. Mi lasciai il mare alle spalle e in cambio Milano mi offrì la nebbia, i binari del tram e un modo tutto suo di farti sentire in ritardo anche quando sei in anticipo, povero anche quando non lo sei, e qualcuno anche quando non sei nessuno. Io l’ho ripagata lamentandomi di continuo. È così che si capisce che uno del sud ha deciso di restare. La prima cosa che ti chiedono a Milano è cosa fai. La prima cosa che ti chiedono giù è se hai mangiato. Dopo vent’anni sto ancora imparando a fare la prima domanda con la naturalezza con cui mia nonna faceva la seconda. Sono qui da abbastanza tempo da essere un milanese a Termoli, e da restare un terrone a Milano. Come Balto: sa soltanto quello che non è. Mi muovo in bici, e questo per molti fa di me uno attento alla salute e all’inquinamento. Per i pedoni sono un pericolo sui marciapiedi, per i tassisti un intralcio, per gli amici uno che arriva lento e in ritardo, tanto che alla fine vengono a prendermi in macchina. Pedalare in questa città mi ha fatto scoprire il mio infallibile senso di disorientamento, che rende ogni scorciatoia un modo nuovo di allungare la strada. E mi ha insegnato una cosa su Milano: fa tanto la grande, ma in fondo è proprio piccola. Sebbene non guidi, so molto sulla guida. Non perché non abbia mai perso un minuto a cercare parcheggio, o perché leggo le riviste di auto come l’oroscopo, ma perché ho passato anni a scrivere manifesti per l’automotive: macchine capaci non solo di portarti verso mete mai raggiunte, ma di spingere il piacere di guida a un livello inarrivabile. Tutti immaginati in bici, ovviamente. L’auto nella foto non è mia. Ma era in Pandant. Ho tre gatti in un appartamento. Non è che ne volessi tre: ne avevo uno, poi mi sono fidanzato, lei ne aveva altri due, e che dovevo fare, mica li potevo abbandonare. Oggi l’affitto lo pago a loro. Quando scrivere per lavoro stona, faccio il cantautore. Sono un baritono. Informazione inutile, a meno che tu non stia cercando uno speaker molisano, che è raro, fidati. Nel qual caso questa è la frase più importante della pagina: smetti di leggere e chiama. Parlo inglese e spagnolo. Lo spagnolo abbastanza per capire tutto, non abbastanza per litigare. Ci sto lavorando: per esperienza, le idee migliori escono quando si litiga. Mi hanno detto che questa pagina è troppo lunga. Me l’hanno detto persone che l’hanno letta tutta. Mia madre, insomma. E qualche amico che ho costretto a leggerlo (sapeva che lo avrei interrogato). So che niente di quello che hai letto fin qui ti aiuterà a capire se chiamarmi per lavorare. Ma, del resto, qualunque cosa avessi scritto sarebbe stata inutile: è il problema di tutti gli about me, non sono attendibili. Per cui ti risparmio le skill autoproclamate in lingua da HR — problem solver orientato al risultato, team player con forte attitudine al pensiero laterale, storyteller appassionato con mindset growth-oriented — o le noiose biografie da creativi, quelle che cercano di far sembrare eccezionali le cose che un creativo fa normalmente: to DIG for the insights that matter, to BUILD ideas on the strong strategic ground they reveal, so they can MOVE something in people and make brands remarkable, through ideas that come to life as incredible brand experiences, buzz-worthy activations, films and every kind of campaign that has always existed and gets redefined every five years. O la lista delle mega-agenzie mondiali — DDB, Leagas Delaney, Armando Testa, Havas — come medaglie sul bastone di un alpino. Ti risparmio anche la solita foto in cui guardo pensieroso fuori da una finestra, come prova che so pensare. Insomma, ti risparmio un sacco di cose, sebbene, come avevo detto, ci fosse molto da dire. E ce ne sarebbe ancora.
Ma le uniche parole che contano su di me non parlano di me.
Sono un copywriter.
Audi · William Hill · Ultima · Nutella · Xiaomi · Lamborghini · AiBi · e qualche altro